TITOLO ORIGINALE: Deliria
REGISTA: Michele Soavi
ANNO DI USCITA: 1987
DURATA: 86’
PAESE: Italia
VOTO: 65
La seconda metà degli anni Ottanta
rappresentò per l’horror italiano una sorta di canto del cigno, una fase già
calante che avrebbe aperto le porte alla pressoché stasi creativa e produttiva
del decennio successivo. Tra le cose più rimarchevoli del periodo ci fu proprio
l’ascesa di Michele Soavi: dopo aver lavorato con Joe D’Amato ed aver svolto la mansione di aiuto regista per Lamberto Bava e Dario Argento, il regista milanese ottenne finalmente l’opportunità
di dirigere un film tutto suo, sotto l’ala protettrice di D’Amato che produsse il film e diresse la fotografia nelle fasi
conclusive delle riprese.
Il titolo del film è quanto mai
azzeccato, ma non perché sia particolarmente onirico, ma proprio per via di una
trama che presenta delle situazioni realmente fuori da qualsiasi logica umana.
All’interno di un fatiscente e spoglio teatro, un gruppo di sedicenti attori ed
una raffazzonata troupe tecnica è alle prese con le prove per uno spettacolo.
Una delle attrici, tuttavia, soffre di un dolore alla caviglia ed ha bisogno di
cure. Il regista-fuhrer non permette a nessuno di abbandonare le prove, così la
ragazza, assieme all’amica Betty, sgattaiola fuori con la complicità del
custode. A questo punto succede la cosa più assurda che io abbia mai visto
nella mia vita di cinefilo: sulle pagine gialle, Betty trova l’indirizzo del
più vicino ospedale, del tutto incurante del fatto che si tratti di un
manicomio. Alle ovvie rimostranze di Alice, ribatte dicendo con noncuranza “E’
pur sempre un ospedale, no? Quindi ci sono i medici!”. E che vuoi ribattere ad
una tale linearità di pensiero?
Nell’ospedale psichiatrico pare
albergare un serial killer che aveva fatto a pezzo svariate persone e, manco a
dirlo, quando arrivano le ragazze riesce a fuggire. Dove, vi chiederete voi? Ma
nella loro macchina, così quando rientrano al teatro dopo le medicazioni alla
caviglia dolorante di Alice, senza saperlo si portano dietro anche il pazzo
furioso, che non mancherà di seminare il terrore uccidendo a più non posso e
celando il volto con una maschera da gufo. Ecco a voi il plot di Deliria, uno slasher di taglio
classicissimo: ambiente chiuso, gruppo di persone che non ha via di fuga, un
serial killer che li fa fuori uno dopo l’altro in maniera violenta ed
abbastanza fantasiosa, spesso andando anche a scontrarsi con le logiche
fisiche, naturali e temporali.
Risulta assai chiaro che il soggetto
è debole, eppure a dispetto di alcune ingenuità notevoli, la sensazione di una
buona mano a dirigere il tutto si ha fin dal principio: ritmo buono, dialoghi
non troppo sopra le righe, inquadrature spesso molto azzeccate. Tuttavia, il
meglio viene riservato per la fase finale, quando Soavi, probabilmente con la partecipazione più che fondamentale di D’Amato, mette in piedi una sequenza
folle quanto bella esteticamente, portando sul palcoscenico tutta la follia del
serial killer/gufo, che dispone le sue vittime e si gode lo spettacolo come
farebbe un soddisfatto regista col suo gruppo di attori. Prima prova ottima di Soavi, questo è bene sottolinearlo. I
limiti maggiori il film li evidenzia in sede di soggetto e di sceneggiatura, ma
per questi non si può far grosso carico al regista poiché non fu lui a curare
quegli aspetti. La maturità artistica ancora non era totale così come il
controllo della produzione, ma di sicuro è abbastanza chiaro il motivo per cui
prima Joe D’Amato e, di lì a
pochissimo, Dario Argento abbiano
puntato forte su questo talentuoso regista milanese.
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