TITOLO ORIGINALE: Evil Dead
REMAKE DI: La Casa
REGISTA: Fede Alvarez
ANNO DI USCITA: 2013
DURATA: 91’
PAESE: USA
VOTO: 70
Non ho mai prestato particolar
attenzione ai remake, tendo a considerarla una pratica rivolta quasi
esclusivamente allo sfruttamento di un brand arcinoto che porta facili incassi.
Ritengo tuttavia importante che le nuove generazioni, in particolare chi non ha
ancora affrontato un percorso a ritroso per scoprire i classici del genere,
abbia un modo semplice e fruibile per conoscerli, anche attraverso una
rivisitazione in chiave moderna, che possa successivamente portarli ad
approfondire e a incuriosirsi. La premessa, valida in senso assoluto, vale fino
a un certo punto con La Casa, remake
del quale ci occupiamo quest’oggi e che vede come produttore e motore
dell’iniziativa proprio Sam Raimi,
chi insomma aveva scritto e diretto l’originale, scrivendo il proprio nome a
caratteri cubitali nella storia del cinema horror.
Compito non facile, che i nostri
amici uruguaiani hanno affrontato con l’entusiasmo di chi si trova da un giorno
all’altro nel paese dei balocchi, con SamRaimi alle spalle e una ventina di milioni di dollari da sfruttare come
budget per la realizzazione del film. La prima decisione presa è quella di
irrobustire le dinamiche del gruppo, fornendo un background e dando maggior
peso alla componente dei rapporti interpersonali e ai demoni che i personaggi
si portano dietro. L’obiettivo è quello di rendere più spesso un film che altrimenti
rischierebbe di rimanere una festa di sangue fine a sé stessa. Mia, alle prese
con un problema di tossicodipendenza, viene portata dagli amici più cari in una
baita di montagna dove aveva vissuto con la propria famiglia. Li raggiunge suo
fratello David, accompagnato dalla fidanzata. Il ragazzo è accusato dalla
sorella di non esserci stato nel momento in cui la madre moriva. Il loro
rapporto e il problema della droga saranno al centro della narrazione,
costituendo il fondamento nonché l’unico elemento di background introdotto. Gli
altri tre personaggi rimarranno costantemente nelle retrovie, con ruoli
marginali e con caratterizzazione spicciola se non inesistente.
Debole è la motivazione del voluto
isolamento tra i monti: Mia ha bisogno di uscire dal tunnel della droga, e per
farlo i suoi amici ritengono opportuno starle vicini facendo in modo che superi
le prime difficoltà dovute all’astinenza. Un bel po’ semplicistico e poco
credibile, insomma. La sceneggiatura si libera inoltre di tutto ciò che riguarda
la modernità in termini di comunicazione, bandendo cellulari e computer,
calando il gruppo in una situazione di solitudine insuperabile, rafforzata dal
blocco dell’unica strada per lasciare la casa: nell’originale l’ostacolo era il
ponte crollato, stavolta è il fiume in piena, ma il risultato non cambia. Il
male verrà evocato mediante il libro trovato nella maleodorante cantina, che
presenta inquietanti di riti stregoneschi. Tuttavia, si manifesterà in modo
meno subdolo: innanzitutto, si perde l’evocativa parte del nastro registrato
dallo studioso, qui totalmente eliminata; inoltre, la manifestazione stessa del
maligno è meno intensa rispetto a quanto Raimi,
con una shakeycam e quattro soldi a disposizione, era stato capace di
realizzare, ricreando un senso di autentica impotenza, oltre che di un maligno
incalzante.
La tensione stavolta corre su
ritmi decisamente blandi, quasi inesistenti, e coma da tradizione
contemporanea, si punta molto sui facili spaventi, privilegiando le apparizioni
improvvise. Insomma, fin qui il film sembrerebbe perdere sotto tutti i punti di
vista rispetto all’originale, e in effetti non sarebbe una conclusione molto
distante dalla realtà. L’approfondimento emotivo tentato si risolve in un nulla
di fatto, non andando a colmare l’eventuale lacuna dell’originale,
efficacissimo pur nella sua semplicità nel delineare i personaggi. L’evocazione
dell’entità malefica è molto più sbrigativa e meno incisiva è la sua
rappresentazione, aspetto curioso che si scontra con la potentissima non-rappresentazione
di Raimi. Eppure, il remake risale la
china quando ormai l’impressione è quella di un prodotto confezionato con
ottima cura – la resa estetica della fotografia è bellissima – ma privo di
reale interesse.
Invece, Alvarez inanella una serie di sequenze splatter gustose e
ricchissime del campionario del genere: vomito, sangue a volontà, le ragazze
possedute che si affrancano dall’aspetto eccessivo e simile a un pupazzo
dell’originale per acquisire fattezze più umane ma solidamente inquietanti, a
partire dall’iride gialla per finire con una vena autolesionistica che si
sublimerà in una clamorosa scena in cui una delle protagoniste leccherà con
forza la lama di un coltello, tagliandosi in due la lingua e pretendendo poi un
bacio dalla sua vittima. Splendido. Tra motoseghe, arti mozzati, sparachiodi,
coltellate e quantità di sangue importanti, il film sorpassa con agilità ogni
necessità di fornire spiegazioni, riservando le prime rivelazioni dell’entità a
Mia, la ragazza in astinenza, che può essere dunque facilmente tacciata di
allucinazioni. Trotterella violentemente verso un finale che sembra ormai non
aver nulla da dire, specie dopo il sacrificio di uno dei personaggi che si
libera in qualche modo dai suoi sensi di colpa salvando la persona che più gli
sta a cuore. Tutto finito, con un pizzico di sorpresa per l’identità dell’unico
superstite e poco altro. Invece no, perché il finale si fregia di una sequenza
solida e visionaria con annesso scontro finale, forse un po’ laccato e
prevedibile ma dal sicuro impatto.
In un telegramma: La Casa edizione 2013 è inferiore sotto
quasi tutti gli aspetti all’originale. E’ meno inquietante, meno evocativo,
meno maligno. Tenta la strada della differenziazione, giusta e coraggiosa, ma
fallisce il bersaglio per una scarsa sensibilità nello scrivere i dialoghi e
nel delineare personaggi e situazioni. Tuttavia, mette in fila scene splatter
realizzate in maniera assai incisiva che coprono di sangue lo spettatore e lo
allietano con un finale edulcorato e roboante, con un impatto visivo davvero
importante. Basta qualche buona scena splatter a salvarlo dall’anonimato?
Decisamente, sia per la qualità delle suddette scene – alcune veramente
solidissime e che non mancheranno di strappare un sorrisino compiaciuto anche
al più avvezzo al genere – sia perché il coraggio di rileggere un film così
importante e radicato nell’immaginario degli horror addicted va premiato. Alvarez, alla sua prima prova sulla
lunga durata, dimostra oltre che qualche buona trovata, una gran sicurezza in
termini registici, regalando una pellicola di sicuro impatto visivo e girata in
ambienti scelti con cura. A questo punto, la saga seguirà due direttrici: la
prima prevede un sequel per questo reboot, che sarà ancora diretto da Alvarez; la seconda, targata Raimi, vedrà un seguito diretto de L’Armata Delle Tenebre. Infine, è in
cantiere un possibile settimo film che unirà le due vicende. Staremo a vedere.
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